Torino capitale del mondo sportivo ancora una volta. Dopo le Olimpiadi una manifestazione passata forse un po’ in sordina ma di valore simbolico importantissimo. 19.000 atleti dicono i brevi trafiletti che compaiono sui giornali nazionali sui quali si discute solo su grazie, condanne e strategie politiche. A Torino la politica si è fatta sul campo.

I Russi correvano con gli Americani, gli Australiani, Ucraini e Canadesi dimostravano una sportività seconda a nessuno. Tra questi atleti c’è stato posto anche per uno sparuto gruppo di saviglianesi (magari solo di adozione o per l’appartenenza ad un gruppo sportivo) nelle specialità della marcia, del duathlon, triathlon e ciclismo. Qualcuno si è portato a casa anche una medaglia, ricordo tangibile di giorni particolari, ma il premio più grande è stato esserci. Ho iniziato a correre a ottobre in palestra, a novembre ho messo piede piscina di Savigliano faticando ad arrivare in fondo alla vasca, a marzo ho cavalcato la mia prima bici da corsa. In questi ultimi mesi ho partecipato a gare di triathlon nuotando in mare, pedalando 80 Km o correndo una mezza maratona. Perché? Per sentirmi vivo! Per sfidare me stesso e miei limiti. In questa ultima settimana ho corso il mio primo duathlon (corsa, bici, corsa) e nel momento in cui scrivo ho ancora in circolo le endorfine causate dal mio primo triathlon internazionale. Facile dire che il risultato non conta, ma è chiaro che sono ben conscio dei miei limiti di neofita. In una stagione ho avuto miglioramenti tangibili in tutte le discipline e anche se ho sempre più atleti davanti che non dietro all’arrivo mi sento felice di essere un triatleta. In questa avventura ho avuto due angeli custodi, Roby, nervino 47 enne saluzzese e Valerio  (Vallo) un puledro di razza di Paesana (o forse Sanfront). Mi sono sentito parte di una squadra, anzi una cellula del Tri Team, la Nostra Squadra. Gioire con loro dei risultati di ciascuno è stato l’inizio, poi si è passati all’empatia, ho sperimentato cosa vuol dire vivere nella pelle dell’altro. Nelle gare non faccio mistero di puntare sul ciclismo perché mi sono scoperto amico di questo sport. Ho facilità nel pedalare e con un buon allenamento non mi spaventa quasi nulla. Oggi il ciclismo mi ha dato una bella lezione. Ho bucato all’ultimo giro, 5 km dall’arrivo. Cambiare il tubolare (per la prima volta) avrebbe cancellato ogni speranza e quindi ho pensato che spostando il peso tutto sulla ruota davanti, forse, mi avrebbe aiutato. Ho pedalato in piedi, invocando l’angelo custode di farmi arrivare… e così è stato. Ho forse dovuto rallentare ma tanto non avevo possibilità di raggiungere Polikarpenko, il vincitore ucraino naturalizzato torinese, imprendibile per chiunque. Durante i 5 km finali le urla di Luca Castelli mi hanno sostenuto e aiutato. Nel pubblico poi Alessandra (mia moglie), Anto (la moglie di Roby), Antonella e Richy Castelli hanno scandito il mio nome ad ogni giro e ho corso anche per loro.Le emozioni sono impagabili, la gioia è enorme. Mi sento campione olimpico. Ho avuto il tempo di fare amicizia con Ian, un mio coetaneo canadese, e all’arrivo mi aspetto di vederlo anche se, sorprendentemente arriva dopo di me. Mi porto via delle immagini nitidissime da Torino: i coniugi Ramella di Cuneo che continuano a gareggiare a 70 anni, il russo che ha corso in mutande, l’altro che ha affittato una delle bici della Tobike con il cestino pur avendo capacità da podio. Per anni ho cantato con i miei amici focolarini che il Mondo Unito non è un’utopia e in questi giorni ho toccato con mano quanto lo sport può fare, anzi dico meglio, come questo tipo di sport, che non ha bisogno di sponsor, divi, soldi, può fare. A distanza e su altre discipline i miei amici Ivana e Gian Maria hanno vissuto la mia stessa esperienza. E’ una gioia, quella che ricevi dallo sport, che non ha eguali. Lo sforzo ripaga. Nel 2017 i WMG saranno ad Auckland in New Zeland …. Chissà?

M.B.